Le prime “Bubble House” nascono negli Anni ‘70 per rispondere a una domanda apparentemente ingenua, ma devastante: “e se la casa fosse più simile a un corpo che a una macchina?”

C’è stato un momento nella storia dell’architettura in cui la casa ha iniziato a sembrare… sgasata. Troppo rigida, troppo prevedibile, come una bevanda lasciata aperta sul tavolo troppo a lungo. Gli angoli retti non frizzavano più. Le piante razionali erano diventate piatte. Serviva aria. O meglio: bolle. La Bubble House nasce dall’immaginazione futuristica degli anni del Pop. Non da un capriccio formale ma da un’esigenza quasi fisica: rimettere in circolo l’aria dell’abitare. Siamo tra gli anni Sessanta e Settanta, epoca in cui il futuro sembrava ancora una promessa elegante e non una notifica sul telefono. L’architettura moderna aveva già imposto la sua grammatica fatta di linee pulite e logica ferrea, ma qualcuno iniziava a sentire il bisogno di qualcosa di meno sobrio, lineare e razionale.
La sinuosità dell’uomo come forma di design

È qui che entra in scena Antti Lovag, architetto per necessità e anarchico per vocazione. Secondo lui l’angolo retto era una forma di imposizione culturale, un’abitudine più che una scelta. Un po’ come bere sempre vino fermo solo perché “si è sempre fatto così”. Secondo Lovag, l’angolo retto è una violenza psicologica. L’essere umano non vive a 90 gradi, non sogna a 90 gradi, non ama a 90 gradi. E quindi perché ostinarsi a costruire così? La Bubble House nasce da questa domanda apparentemente ingenua ma devastante: “e se la casa fosse più simile a un corpo che a una macchina?”. Lovag, così, provò a immaginare qualcosa che somigliasse di più al corpo umano: rotondo, asimmetrico, imprevedibile. Una casa che non si limitasse a contenere la vita, ma che la accompagnasse, come fanno le bollicine buone quando non invadono, ma sostengono. Tra i progetti dell’architetto ungherese, c’è il Palais Bulles (Palazzo delle Bolle), realizzato tra il 1975 e il 1989 per l’industriale francese Pierre Bernard. Eppure, l’iconica dimora è sinonimo di un Pierre diverso: il compianto stilista futuristico Pierre Cardin, scomparso il 29 dicembre 2020 all’età di 98 anni. Il Palais Bulles sulla Costa Azzurra è un “grappolo di bolle” affacciate sul Mediterraneo, rosa, sensuali, quasi effervescenti. Pierre Cardin, dopo averlo acquistato, lo trasformò in un’icona, dimostrando che anche le utopie, quando maturano abbastanza, finiscono per essere servite in calici importanti. La casa vacanze a Théoule-sur-Mer, vicino a Cannes, è stata infatti utilizzata come sfondo per numerose campagne pubblicitarie, video musicali e film ed è stata sottoposta a un’ampia ristrutturazione dell’architetto francese Odile Decq, prima di essere messa nuovamente in vendita nel 2017.
Come una cuvée ben riuscita

Tra le altre “creature” di Lovag, c’è anche un capolavoro di “Architettura Organica”, costruita a Fontaines-sur-Saône, vicino a Lione. Vero e proprio manifesto “organico” dalle forme scultoree uniche, la casa comprende, oltre alle parti interne, un giardino paesaggistico e arredi progettati in continuità e sulla scala delle linee curve della struttura complessiva. Più che un architetto, Antti Lovag preferiva definirsi un “habitologist”, che cercava di modellare gli spazi domestici sulle esigenze del corpo umano e sulle forme naturali. Gli spazi interni delle sue ville sono integrati tra loro dall’aggregazione di bolle sferiche, costruite utilizzando un velo di cemento proiettato su una struttura portante. I mobili standard entrano e capiscono subito di non essere nel posto giusto. Qui non comandano loro. Qui vince l’adattamento, come in una cuvée ben riuscita. Ogni gesto cambia, ogni abitudine si arrotonda. E, sorprendentemente, funziona. Chi abita queste case parla di calma, di protezione, di una quotidianità meno tesa. Come se lo spazio, finalmente, non facesse pressione.
Le prime Bubble House

Ma già prima di Antti Lovag, tra gli Anni ‘60 e ‘70, l’architettura organica era di gran moda. Lo scultore Claude Hausermann-Costy progettò una bubble house a Uzès per Jöel Unal nel 1972 e la costruì a mano su un terreno roccioso utilizzando una struttura in acciaio spruzzata di cemento. La proprietà francese di 300 mq, nel 2010, è stata dichiarata patrimonio storico, per poi essere venduta qualche anno dopo. Le sue ampie stanze ricordano il neolitico film dei Flintstones e sono tutte curve o sferiche, con finestre arrotondate e lucernari. Tutti i dettagli sono originali, inclusi i mobili curvi della cucina, i mobili in cemento a muro, i mosaici e le formazioni rocciose naturali, che sono stati incorporati nel design. Non solo abitazioni, ma anche luoghi di lavoro. Come il laboratorio di ceramica Palègre, creato dal celebre duo di architetti Pascal Häusermann e Claude Costy e sito nel cuore della regione vinicola della Valle del Rodano, rinomata per i suoi vini (Saint Joseph, Crozes l’Hermitage).
Andando a ritroso con il tempo, già negli anni ‘50, il celebre Frank Lloyd Wright sperimentava con concetti simili, le sue “Fiberthin Airhouses”, collaborando con la United States Rubber Company per creare case gonfiabili in vinile-nylon, esposte nel 1957.
Per vivere il tempo senza spigoli

Oggi le Bubble House resistono come anomalie affascinanti in un panorama di minimalismi seriali e rendering tutti uguali. Non sono efficienti. Non sono economiche. Non sono facili da spiegare a un geometra. Ma sono memorabili. Vivere in una Bubble House, va detto, non è per tutti. È un’esperienza sensoriale continua. I suoni rimbalzano in modo morbido, la luce scivola sulle superfici, il tempo sembra perdere i suoi spigoli. Il problema arriva quando si vuole appendere un quadro o spiegare a un ospite dove finisce il soggiorno e dove inizia la camera da letto. Ma forse è proprio questo il punto: la casa smette di essere una planimetria e diventa una degustazione, avvolgente, piena, da brindisi.
Cover: Maison Bulle avec vue, Jérôme Peyret architecte, Vidauban (15) © Valérie Ruperti - Architecture de Collection
