Elefanti rossi, savana infinita e oceano Indiano: il Kenya visto con gli occhi di una nuova generazione.

Quando atterriamo a Mombasa il sole ancora dorme sulla costa dell’Africa orientale e l’aria ha quel peso tipico dei tropici, un caldo che non aggredisce ma avvolge. Poco prima eravamo sul volo della Turkish Airlines partito da Istanbul e ora mi trovo in Kenya, dove l’Oceano Indiano incontra una terra antica e irregolare. Con me la teenager Martina che per la prima volta assapora il respiro profondo dell’Africa. Karen Blixen, che qui ha vissuto a lungo, scriveva: “Qui sentivo di essere finalmente arrivata a casa, anche se non lo ero mai stata”. È una sensazione che si comprende presto.

Osservo Martina mentre la strada si allontana dalla costa. La vegetazione si dirada, la terra cambia colore, diventa rosso scuro, come il sangue. È il colore dello Tsavo. Il Parco Nazionale dello Tsavo è uno dei più grandi dell’Africa, diviso in Est e Ovest da una linea che è più amministrativa che reale. Qui il protagonista è lo spazio. Uno spazio che non si misura in chilometri, ma in silenzi. Gli elefanti dello Tsavo sono famosi per il loro aspetto. Non perché diversi, ma per la polvere rossa che li ricopre, trasformandoli in figure quasi arcaiche. Si muovono lenti, consapevoli, come se il tempo avesse deciso di rallentare insieme a loro.

Per Martina, tredici anni, il safari non è semplicemente un viaggio. È una scoperta. Gli animali non sono immagini di un documentario: sono lì, reali, a pochi metri. Quando vede il suo primo elefante, non dice nulla. Sorride soltanto. È il tipo di silenzio che vale più di una spiegazione. Li osserva come si guarda qualcosa che non si sapeva potesse esistere davvero. Con attenzione assoluta, senza filtri, con gli occhi e il cuore su quei magnifici pachidermi che salutano un po’ irretiti la nostra presenza. Davanti a una giraffa che attraversa lentamente la pista, Martina sussurra: “Sembra finta”. È il complimento più sincero. Per lei il safari è questo: aspettare, guardare, non sapere cosa succederà. Un gioco senza regole e senza schermi.

Tsavo Est è il più aperto ed è attraversato dal fiume Galana che attraversa la savana come una linea vitale. Lì si concentrano zebre, giraffe, bufali. La natura non cerca l’effetto speciale, procede per necessità. Tsavo Ovest, invece, è più articolato: colline vulcaniche, vegetazione più fitta, sorgenti naturali come le Mzima Springs, dove l’acqua emerge limpida dal sottosuolo. È uno Tsavo meno immediato, più introverso. Non è un caso che questo luogo sia entrato nell’immaginario collettivo anche per la sua fama inquietante. Alla fine dell’Ottocento, durante la costruzione della ferrovia coloniale Mombasa–Uganda, due leoni uccisero decine di operai. Un episodio che contribuì a costruire il mito di una terra indomabile, ricordando che qui l’uomo non è mai stato sovrano. Ernest Hemingway lo riassunse meglio di chiunque altro: “L’Africa ti prende e non ti lascia più”. Allo Tsavo si capisce perché.

Il ritorno verso la costa è un cambio di registro. Watamu appare come una pausa visiva: sabbia chiarissima, acqua trasparente, il respiro regolare dell’oceano Indiano scandito dalle maree. Qui il Kenya rallenta. Watamu non è una destinazione che si consuma in fretta. Vive secondo un tempo naturale, che non coincide mai con quello dell’orologio. La spiaggia cambia volto durante la giornata: il mare si ritira, lascia scoperte le barriere coralline, poi ritorna lentamente a occupare il suo spazio. “Watamu non è un posto dove vai in vacanza” raccontano spesso i residenti. “È un posto dove impari ad aspettare” e aggiungono, con una certezza disarmante, “qui il mare decide per tutti”.

Jacques Cousteau scriveva che “il mare, una volta che lancia il suo incantesimo, ti tiene per sempre nella sua rete di meraviglia”. A Watamu l’incantesimo è discreto, ma persistente. Ad accoglierci al Jacaranda Beach Resort c’è Daniele, GM e proprietario della struttura. È una persona equilibrata che conosce a fondo il territorio. Suo papà Pasquale è stato fra i primi imprenditori a scoprire la destinazione. Con sacrificio e perseveranza ha investito, costruito ed oggi è una certezza riconosciuta e radicata nel tessuto sociale. A differenza di altri, buona parte dei guadagni sono stati reinvestiti a beneficio della popolazione locale, con la costruzione di scuole secondarie e primarie, chiese, dispensari, pozzi d’acqua e tante altre iniziative sociali. Un esempio di imprenditoria italiana illuminata.

Il Creek è il lato più intimo di Watamu. Un intrico di mangrovie e canali, dove le barche scivolano lente, quasi senza lasciare traccia. Il verde domina riflesso sull’acqua immobile. Qui non c’è nulla da fare. Ed è esattamente ciò che lo rende necessario. È uno di quei luoghi dove il silenzio non è assenza, ma presenza. Ci ancoriamo con il nostro dhow (imbarcazione) accanto a mangrovie bagnate da acque limpide, aspettiamo la magia del tramonto assaporando samosa di carne e pesce e profumatissimo pane chapati che la moglie del capitano Abramo ha preparato per noi. Poi d’improvviso Martina e altre ragazze si tuffano mentre il sole dipinge lo specchio d’acqua di colori dorati. È la magia del tramonto che ci avvolge con il suo abbraccio primordiale.  Infine, scivoliamo lentamente verso il ritrovo-ristorante Lichtaus che visto dall’acqua è ancora più affascinante.

A pochi chilometri dalla costa, immerse nella vegetazione, si trovano le rovine di Gede. Un’antica città swahili fiorita tra il XIII e il XVII secolo, poi abbandonata. Le cause restano in parte oscure: crisi idrica, declino dei commerci, instabilità politica. Oggi rimangono moschee, palazzi, case e pozzi sacri, avvolti dalle radici degli alberi. La foresta ha fatto il suo lavoro con pazienza. A Gede nulla viene spostato. La popolazione locale racconta che portare via anche solo una pietra significa attirare sfortuna. Superstizione o rispetto, il confine è sottile. Un proverbio swahili recita: “Usipoziba ufa, utajenga ukuta”, se non chiudi una crepa, finirai per costruire un muro. Gede sembra raccontare proprio questo. Ad accoglierci le scimmie che ci accompagnano lungo tutto il percorso. Saltellano qua e là sulle spalle dei visitatori curiose e in attesa di un pezzo di banana. Non sono pericolose e mettono allegria. Poi, dopo aver superato la cittadina di Malindi ci dirigiamo a un’altra delle attrattive della costa: Marafa Hell’s Kitchen. In verità il nome è un’eredità coloniale. Furono gli europei a definirla così, incapaci di spiegarsi un luogo tanto estremo senza ricorrere all’inferno. In realtà, Marafa è una gola scavata dall’erosione, un canyon dalle pareti rosse, ocra e arancioni. Al tramonto la luce accende la terra, trasformandola in uno spettacolo quasi teatrale. Il paesaggio sembra mutare mentre il cielo cambia colore minuto dopo minuto.

A Watamu il tempo non si misura. Si osserva. È un punto di equilibrio dopo la vastità della savana, il contrappunto perfetto allo Tsavo. Se la savana insegna la misura, l’oceano insegna l’attesa. Se per me Tsavo è memoria, per Martina è inizio. Il suo primo safari non sarà mai confrontato con altri viaggi, ma il punto zero da cui tutto il resto verrà misurato. Il reporter Ryszard Kapuściński scriveva: “L’Africa non è mai solo ciò che vedi. È ciò che ti resta addosso”.

Il Kenya, attraversato dalla polvere dello Tsavo al mare di Watamu, resta proprio così: addosso.

Photo credits Mauro Parmesani