Dalla Strip alla Sphere, dal Bellagio al Neon Museum: il parco giochi più spettacolare del pianeta visto da vicino.

L’ultima virata e il moderno Airbus A330 neo della compagnia tedesca Condor, atterra dolcemente sulla pista n° 2 dell’Aeroporto Internazionale di Las Vegas-Harry Reid (è stato il più longevo senatore dello stato del Nevada). Dodici ore prima ero immerso nel paesaggio autunnale della Vecchia Europa per ritrovarmi ora al caldo abbraccio del deserto del Mojave, in Nevada. Nella città che non dorme mai, la mitica Las Vegas, quella che nel 1905 era una semplice stazione ferroviaria tra Los Angeles e Salt Lake City. Il cambiamento iniziò nel 1931, quando il Nevada legalizzò il gioco d’azzardo. Fu una mossa economica disperata durante la Grande Depressione, ma si rivelò geniale. Nello stesso anno iniziò la costruzione della diga Hoover, portando migliaia di operai desiderosi di svago. I primi casinò aprirono lungo Fremont Street, nel cuore della città vecchia. Ma è il 26 dicembre 1946 che Las Vegas divenne ciò che tutto il mondo conosce. Quel giorno il visionario gangster Benjamin “Bugsy” Siegel aprì il Flamingo Hotel. Non un semplice casinò, ma un resort lussuoso che potesse competere con Monte Carlo. Il progetto, finanziato dalla criminalità organizzata, costò sei milioni di dollari, una cifra astronomica per l’epoca. Bugsy non visse abbastanza a lungo per vedere il suo sogno realizzarsi, perché fu assassinato sei mesi dopo l’apertura. Aveva però piantato il seme di quello che sarebbe diventata la Strip.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, Las Vegas divenne il parco giochi del Rat Pack: Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr. al Sands trasformarono la città nella capitale mondiale dello spettacolo. Come disse Sinatra: “Puoi andare ovunque nel mondo, ma niente batte Las Vegas. È un posto dove un uomo può essere un uomo”. Era l’epoca d’oro, quando i casinò erano controllati dalla mafia e il glamour hollywoodiano dominava i palcoscenici. Aveva ragione Oscar Wilde quando parlava dell’importanza di vivere senza vincoli: Las Vegas incarna questa filosofia, portandola all’estremo. Non a caso “Las Vegas è l’unico posto al mondo dove puoi svegliarti alle tre del pomeriggio e nessuno ti giudica”. È “il ventre molle del sogno americano” come lo aveva definito Hunter S. Thompson, il giornalista che ha inventato il “Gonzo Journalism”, uno stile che unisce impressioni personali ad artifici narrativi per produrre un proprio punto di vista su ciò che accade.

In verità, ammetto che nessuna descrizione, per quanto vivida, rende giustizia alla vertigine sensoriale che questa città sa infliggere. I neon, le luci LED, gli schermi giganti creano un’atmosfera così satura di stimoli visivi che gli occhi impiegano secondi per adattarsi e il cervello molto di più. È un’aggressione sensoriale voluta, studiata, perfezionata in decenni. Come scrisse Tom Wolfe: “Las Vegas è l’unica città al mondo il cui skyline è fatto interamente di insegne”. E poi c’è la gente. Ho camminato per la Strip osservando il campionario umano più eclettico che abbia mai visto: turisti in bermuda con drink da mezzo litro in mano, performer di strada vestiti da supereroi o seminudi, persone in abiti eccentrici che sembrano uscite da un film di Terry Gilliam. A Las Vegas, l’eccentricità non solo è tollerata, è incoraggiata. Nessuno ti guarda storto, qualunque cosa tu stia indossando o facendo, purché tu stia spendendo soldi. Tanti, tanti soldi, un fiume in piena di soldi per celebrare l’eccesso in tutti i sensi. Come la spettacolare The Sphere, costata 2,3 miliardi di dollari, una follia che solo Las Vegas può permettersi: un edificio che non serve a niente se non a stupire. Una sfera gigantesca di 112 metri di altezza e 157 metri di larghezza ricoperta da 1,2 milioni di LED che creano immagini visibili da chilometri di distanza. Di notte, la Strip sembra avere un nuovo sole artificiale. Ho assistito allo spettacolo “The Wizard of Oz” e devo ammettere che è stata una delle esperienze più immersive mai vissute. All’interno, 16.000 altoparlanti e uno schermo avvolgente di 15.000 metri quadrati ti catapultano letteralmente dentro la storia. Non stai guardando il Mago di Oz, ci sei dentro. Quando Dorothy viene sollevata dal tornado, senti fisicamente il vento. Quando cammina sulla strada di mattoni gialli, i 160.000 sedili dotati di tecnologia aptica vibrano sincronizzati con i suoi passi. Se Elvis fosse ancora vivo, avrebbe probabilmente detto: “Ambizione è una parola troppo piccola per Las Vegas”.

Non mi sottraggo alla consueta processione ai templi della Strip. Iniziando dal Flamingo, l’ultimo sopravvissuto dell’era classica di Las Vegas, anche se ristrutturato, demolito e ricostruito diverse volte. Cammino dove tutto è iniziato. Nel giardino, veri fenicotteri rosa (Bugsy li scelse come simbolo perché la sua amante Virginia Hill li adorava), passeggiano ignari della storia che li circonda. Poco lontano, ecco il Venetian: la Venezia “senza acqua alta”, sintesi perfetta della filosofia di Las Vegas: perché visitare l’Italia quando puoi avere una versione compressa, climatizzata e con slot machine? Camminare sotto i soffitti affrescati, attraversare i ponti sopra canali artificiali mentre gondolieri italiani (o presunti tali) cantano “O sole mio” è un’esperienza straniante che funziona. Sicuramente non pretende di essere autentico, pretende di essere “migliore” dell’originale. Non piove mai, non fa mai freddo, e puoi passare da Piazza San Marco a un tavolo da blackjack in trenta secondi. Come disse Steve Wynn, il magnate che ha trasformato Las Vegas negli anni ‘90: “Non stiamo nel business di copiare il mondo, siamo nel business di migliorarlo”.

Ancora qualche passo tra una moltitudine umana che sciama con il naso all’insù ed eccomi al Bellagio, il tentativo meglio riuscito di classe ed eleganza. Le sue fontane danzanti immortalate in “Ocean’s Eleven” sono uno spettacolo ipnotico che si ripete ogni 15 minuti. Quando le ho viste per la prima volta, sincronizzate sulle note di “Time to Say Goodbye” di Andrea Bocelli, ho capito perché milioni di persone si fermano a guardarle ogni anno. All’interno, la Galleria d’Arte del Bellagio ospita mostre di Picasso, Monet e Van Gogh. È surreale vedere capolavori dell’impressionismo a pochi metri da persone che stanno perdendo gli stipendi alle roulette. Ma ancora una volta, questa è la magia perversa di Las Vegas: alta cultura e bassa tentazione convivono senza conflitto.

Las Vegas non sarebbe Las Vegas senza i casinò e le persone incollate davanti a quegli schermi luminosi. Alle tre del mattino, alle dieci del mattino, all’ora di pranzo, ad ogni ora del giorno e della notte, migliaia di persone sono sedute davanti a quegli schermi premendo pulsanti con un’intensità quasi religiosa. Anziani con i bicchieri di plastica pieni di monetine, giovani con drink colorati in mano, coppie che giocano fianco a fianco in silenzio. Ho visto un uomo restare alla stessa macchina per oltre quattro ore, alimentandola metodicamente con banconote da venti dollari. Ho visto una donna piangere di gioia per una vincita di trecento dollari, probabilmente dopo averne persi mille. La disperazione e la speranza convivono in questo ecosistema artificiale dove il tempo non esiste, non ci sono finestre, non ci sono orologi, né giorno né notte, l’unica cosa che conta è il prossimo giro. Dostoevskij, che era un giocatore compulsivo, scrisse ne “Il Giocatore”: “L’importante non è vincere, ma giocare”. Las Vegas ha trasformato questa patologia in un’industria da 60 miliardi di dollari all’anno.

Mi allontano dal rumore ossessivo delle macchinette, per ritrovarmi nel cimitero delle luci, l’anima storica della città: il Neon Museum. Situato appena fuori dalla Strip, un cimitero davvero singolare, un paradosso perfetto fatto di tante luci al neon, un museo dedicato all’effimero, un santuario per ciò che era progettato per essere kitsch e commerciale. Camminare tra le insegne giganti dismesse è come attraversare un libro di storia tridimensionale della città. Qui riposa l’insegna del Stardust, uno dei casinò iconici demolito nel 2007. Lì il simbolo dello Moulin Rouge, il primo casinò integrato di Las Vegas che aprì nel 1955. Ogni insegna racconta una storia di ascesa e caduta, di fortune vinte e perse, di un’epoca che credeva nel potere quasi magico delle luci al neon. La Young Electric Sign Company, la YESCO, era la Michelangelo del neon, creatrice di opere d’arte effimere che dovevano durare qualche anno e invece sono diventate icone culturali. C’è qualcosa di malinconico in queste insegne spente. Il Moulin Rouge che non gira più. La scritta “Binion’s Horseshoe”, l’hotel casinò fondato da Benny Binion, inventore delle World Series of Poker, scolorita dal sole del deserto. Sono reliquie di un’era in cui Las Vegas era più piccola, più intima, più genuinamente pericolosa, prima che le grandi corporation prendessero il controllo, quando i casinò avevano ancora nomi e non numeri di telefono dei fondi di investimento. Ma di notte, tutto torna a brillare, le insegne vengono riaccese: “il neon non è solo luce, è promessa. E Las Vegas è costruita su promesse che brillano nel buio”. Come disse lo storico Hal Rothman.

A pochi minuti dalla Strip eccomi all’Area 15, un ex complesso industriale riconvertito, antitesi perfetta del casinò tradizionale. Uno spazio immersivo che miscela arte, tecnologia e controcultura. Qui non ci sono slot machine che tintinnano, ma installazioni artistiche che sfidano la percezione. L’esperienza che più mi ha colpito è stata la proiezione multivisione dedicata agli anni ‘60 e ‘70. Immagini psichedeliche, musica rock, frammenti di cultura pop si fondono in un’esperienza che ricorda i light show dei concerti di quell’epoca, ma amplificati dalla tecnologia moderna. È come entrare in un poster di Peter Max che ha preso vita, con i Beatles che suonano nello sfondo e immagini del movimento hippie che scorrono su pareti di 360 gradi.

C’è qualcosa di ironico nel vedere la controcultura degli anni ’60, che predicava il rifiuto del consumismo celebrata in una città costruita interamente sul capitalismo sfrenato. Ma questa è Las Vegas: un luogo dove tutto viene assorbito, commercializzato e restituito come intrattenimento. Lascio questa bolla di irrealtà chiedendomi cosa rende Las Vegas così affascinante e al tempo stesso così disturbante. Forse è il fatto che questa città è l’espressione più pura e onesta del capitalismo americano: tutto è in vendita, tutto è spettacolarizzato, tutto è progettato per separarti dai tuoi soldi nel modo più piacevole possibile.

Ma c’è anche qualcosa di liberatorio in questa onestà brutale. Las Vegas non pretende di essere altro da ciò che è. Non si nasconde dietro nobili ideali o missioni culturali. È una macchina per divertimento e perdizione, e lo dichiara apertamente. Come disse Noel Coward: “Las Vegas è straordinaria. C’è qualcosa di magnificamente onesto nella sua volgarità”. Las Vegas, con tutti i suoi eccessi e le sue contraddizioni, è il parco giochi per adulti dove le regole della realtà sono temporaneamente sospese, e dove, per qualche giorno, puoi credere di vincere il jackpot.

“What happens in Vegas, stays in Vegas” dice il motto. Ma le impressioni, quelle te le porti a casa. E brillano ancora, come i neon della Strip, anche a migliaia di chilometri di distanza.

Photo credits Mauro Parmesani