Dietro uno dei nomi più celebri del lusso, tre interpretazioni che parlano di tensione, profondità e attesa: Vintage 2017, Rosé 2010 e P2 2008.
Anche al di fuori del mondo del vino, Dom Pérignon è uno di quei nomi della Champagne che hanno superato da tempo il confine del settore per entrare nell’immaginario collettivo. Compare nelle canzoni, nei film, nei brindisi importanti, nelle tavole dove una bottiglia deve raccontare qualcosa di più del semplice lusso. Eppure, dietro quel nome c’è una storia più complessa e più interessante della leggenda tramandata e mitizzata tra falsi storici e fantasiose ricostruzioni.


Pierre Pérignon, monaco benedettino dell’abbazia di Hautvillers nel XVII secolo, non fu l’inventore dello Champagne come spesso si ripete con eccessiva disinvoltura, e nemmeno l’autore della celebre frase sull’assaggiare le stelle che gli viene attribuita da decenni. Quella appartiene al repertorio dei falsi miti costruiti molto dopo, quando il vino aveva già capito il valore commerciale di una grande narrazione. I meriti di Dom Pérignon stanno altrove, e sono forse ancora più solidi: il lavoro rigoroso sulla qualità delle uve, l’attenzione alla gestione del vigneto, la selezione accurata dei grappoli, la cura nel pressare separatamente le partite migliori, la visione dell’assemblaggio come strumento per ottenere equilibrio e profondità, la maestria nella scelta e uso del sughero per chiudere le bottiglie. In altre parole, contribuì a mettere ordine, metodo e ambizione in un territorio che stava ancora cercando la propria forma. È da questa figura storica, a metà tra disciplina monastica e intelligenza agronomica, che nasce il mito moderno di Dom Pérignon, poi trasformato in etichetta da Moët & Chandon nel 1936. Da quel momento il nome ha smesso di appartenere soltanto alla memoria di Hautvillers ed è diventato una firma globale del lusso, una delle poche in grado di parlare insieme agli appassionati, ai collezionisti e a chi di vino sa poco ma riconosce subito il peso simbolico di quella bottiglia. Ad Hautvillers quel mito trova ancora oggi il suo centro simbolico e culturale, dentro un mosaico di parcelle che dà spessore, ampiezza e slancio ai vini. Il villaggio conserva una misura raccolta, quasi mistica, e la collina ricorda che prima di essere status Dom Pérignon è soprattutto un vino di luogo, nato da una lettura molto precisa della Champagne.

È qui che Vincent Chaperon, chef de cave della maison, mette a fuoco la propria idea di assemblaggio, tenendo insieme tensione, materia e continuità stilistica. Il vocabolario interno di Dom Pérignon ruota attorno a questa idea di composizione. Ogni annata è pensata come un organismo singolare, con una propria energia, e ogni vino nasce da una scelta che tiene conto del raccolto, del tempo e di una visione estetica molto riconoscibile. Questa visione viene collegata ai monaci di Hautvillers, per i quali la perfezione coincideva con l’armonia, cioè con una pluralità tenuta insieme da una regola comune.

L’ultima annata presentata di Dom Pérignon è la 2017, difficile, fascinosa, rapidissima nel suo sviluppo. Fino ad agosto tutto lasciava pensare a un’annata ideale: primavera secca, uve concentrate, maturità precoce. Poi, nel giro di poche settimane, arrivano le piogge, la botrite, la necessità di salvare le uve quasi una per una. Le rese crollano, la selezione diventa severissima, e Richard Geoffroy, al suo ultimo millesimo come chef de cave, firma qualcosa che nessuno si aspettava: il più piccolo vintage per tiratura nella storia di Dom Pérignon. Il Pinot Noir è stato colpito duramente, lo Chardonnay sale al 61%, e il risultato è un vino tagliente, quasi brusco, con agrumi affilati, note grillé e un lieve tocco bitter, nervoso, che definisce il sorso.

Diversa la traiettoria di Dom Pérignon Rosé 2010, compatto all’inizio, quasi chiuso, poi capace di aprirsi nel tempo verso una dimensione più profonda, attraversata da continue sfumature. Con il 56% di Pinot Noir e il 44% di Chardonnay, il vino porta frutto di bosco, sottobosco, spezie leggere e frutti scuri, tenuti insieme da una purezza quasi rarefatta. La sfida tecnica era dare ampiezza e intensità senza perdere tensione, e questa versione di Dom Pérignon fa smettere di pensare ai rosé come categoria decorativa, imponendo una degustazione più attenta.

Poi arriva P2 Vintage 2008, che introduce apertamente la dimensione del tempo, la seconda Plénitude. Il 2008 è già nella lista mentale di chi segue la Champagne con attenzione come una delle annate più interessanti del decennio, dallo sviluppo lento e da quel settembre quasi miracoloso che porta le uve a un equilibrio raro tra maturità e freschezza. La maison ha scelto di tenerlo in cantina più a lungo del solito, presentandolo dopo il 2009, per spingere quella tensione classica verso qualcosa di più largo e denso. Con la seconda Plénitude, dopo quasi quindici anni, l’energia accumulata in bottiglia si dilata, i bordi del vino sembrano arrampicarsi sul palato e la trama acquista uno spessore tattile che non perde mai slancio. Limone candito, bergamotto, pesca bianca, cacao, caffè tostato, un tocco iodato: la complessità si costruisce sorso dopo sorso, per stratificazione. È in questo passaggio che Dom Pérignon ritrova ogni volta la propria misura. La leggenda continua a funzionare, certo, ma è soprattutto nella capacità di trasformare ogni annata in un racconto compiuto che il vino trova la sua forma più convincente: un assemblage di terroir, tempo e visione, attraversato da un’aura che resta difficile da replicare.
